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Alla redazione della Rivista on line “Wolf”

 

Nella mia qualità di Presidente del Centro per la Filosofia Italiana, ho ricevuto la notizia della nascita della rivista on line “Wolf” ancor prima che fosse pubblicata. Condivido il progetto di fornire anche ai giovani uno stimolo forte a questi studi. Lo strumento informatico, infatti, li raggiunge facilmente e può anche raccogliere scritti senza i limiti di spazio ai quali è costretta la nostra rivista “Il Contributo”.

Il tema della filosofia italiana ha meritato l’attenzione del centro anche per la tendenza dell’Università Italiana a non valorizzare a sufficienza lo studio della storia nazionale, come accade di solito negli altri paesi. L’attività della rivista on-line persegue lo stesso intento e perciò ho il piacere di augurarle una vita lunga e vivace, che possa essere di complemento al lavoro ce da tenti anni svolge la nostra rivista e la nostra attività di convegni e ricerca.

Le pagine informatiche potranno essere un agile supporto alle attività del centro, proponendo l’interesse di questi argomenti agli studiosi delle nuove generazioni, ma spero che anche i colleghi, che da molto tempo collaborano alle nostre iniziative, possano pubblicare studi e note come alcuni hanno già iniziato a fare.

Sono perciò lieto di rivolgere alla rivista Wolf, e in particolar modo alla sua sezione di Filosofia Italiana, i più sentiti auguri

 

Prof. Giuseppe Prestipino

 

 

 

À escrita da revisão no linens?Wolf? Em minha qualidade do presidente do centro para a filosofia italiana, eu recebi a notícia do nascimento da revisão no linens?Wolf? ainda antes que estêve publicado. Eu compartilho da planta para fornecer também fortemente aos povos novos um stimulus a estes estudos. O instrumento da informática de, no fato, apanha-os fáceis e pode-o também coletar escrito sem os limites do espaço a que é forçada nossa contribuição do review?Il. O tópico da filosofia italiana mereceu o l?attenzione do centro também para o dell?Università italiano da tendência não avaliar ao sufficienza o estudo do history nacional, porque acontece de usual nos outros países. L?attività dos em-linhos da revisão persegue a mesma tentativa e conseqüentemente eu tenho o prazer augur os uma vida longa e vívido, isso pode ser do complemento ao ce do trabalho das tentativas que os anos realizam nossa revisão e nossa atividade das convenções e da busca. As páginas da informática de poderiam ser uma sustentação ágil às atividades do centro, propondo o l?interesse destes argumentos aos estudantes das gerações novas, mas eu espero que também os colegas, do que de muita hora collaborate a nossas iniciativas, posso publicar estudos e notas como alguns têm começado já a fazer. São conseqüentemente lieto a girar para a revisão do lobo, e na maneira particolar a sua seção da filosofia italiana, mais você sente o prof. Giuseppe Prestipino dos auguries

 

Scandalo: la migliore filosofia italiana è ancora inedita

E' la solita solfa: dal '68 e dagli anni di piombo la cultura italiana ripete il medesimo ritornello, con infinite variazioni sul tema radicale dell'uomo che si "libera" una volta per tutte della presenza di Dio. Qualunque fatterello di cronaca prende significato se lo si legge così.
E il ritorno degli attentati omicidi delle Brigate Rosse ripropone agli intellettuali "che fanno opinione" l'occasione per rispolverare le stesse identiche mezze falsità di un tempo: la gente comune, spesso umilmente vicina alla verità delle cose, soffre sotto i colpi del falso. Ma esiste una tradizione della cultura italiana, che ironizza il vizio elitario del "sapere" e che ha nobile origine cattolica.

Per tradizione italiana intendo l'alternativa al presente stato di cose, cioè a quello status quo (case editrici-cinematografiche, giornali e periodici, gruppi di pressione) contro cui pare scoraggiante persino ergersi. Quell'alternativa fu una opposizione "costruttiva" fatta col pensiero e con la testimonianza di alcuni pensatori completamente liberi dai vizi intellettuali moderni e postmoderni.
Ecco i nomi di quegli antagonisti amanti del bene e nemici della carica distruttiva che domina gli "alternativi" delle piazze e delle manifestazioni di corteo.
Augusto Del Noce (1910-1989) fu il maggior filosofo cattolico della storia e della politica nel secondo dopoguerra italiano. Dopo aver mostrato che l'ateismo consiste in una scelta spirituale di violenza verso la realtà (nella quale Dio si lascia trovare e si fa amare), nessuno gli avrebbe dato ascolto: tutt'al più una sparuta audience di studenti e docenti universitari.
Ma gli anni settanta lo videro chiarificare la sua analisi della situazione italiana: dopo aver sostenuto pubblicamente e filosoficamente la causa cattolica nei referendum per il Divorzio (1974) e per l'Aborto (1981), e aver visto nella sconfitta il segnale della dissoluzione spirituale e sociale del Paese, intuì che l'Italia sarebbe stata il crogiolo della crisi della modernità, laboratorio a cielo aperto dove si consuma l'epilogo degli errori degli ultimi secoli; ritrasse la fosca scena in un libro imperdibile intitolato "Il suicidio della rivoluzione" (Rusconi, 1978).
I precursori ottocenteschi della riflessione delnociana in grande stile furono illustri: Manzoni, Gioberti, Pellico e Rosmini; Del Noce è alla loro altezza, è un classico, se solo la nostra epoca sapesse riconoscere il vero dal falso. Assieme a essi, egli s'incarico di emendare i vizi "risorgimentali" degli Italiani contro l'Italia, gli esterofili, gli anticattolici per partito preso, i latori del pregiudizio "massonico" secondo cui la decadenza italica sarebbe dovuta alla signoria della Chiesa, all'ingerenza del papato, alla mancata Riforma protestante. Del Noce si trovò subito avversari e nemici: accaniti in questa non vera opinione sono i modernisti cattolici, ora radicali ora clericali, per i quali la religione sarebbe un fatto privato, da nascondere nella coscienza, e il mondo andrebbe lasciato alle leggi sue proprie, violente ma camuffate di rispettabilità e decoro.
Il secondo "spirito magno" che si oppose alla moda libertina italica e autodistruttiva fu Giacomo Noventa (1898-1960). Poeta, aristocratico, viaggiatore, uomo politico socialista, critico letterario, amico degli amici che contano: Gobetti, Rosselli, Garosci, Fortini, Carocci e compagnia bella. L'elite dell'antifascismo "nobile" e torinese. Avrebbe avuto dunque la via spianata per una brillante carriera: negli ambienti che contano, nell'esclusivo parterre della casa editrice Einaudi. E invece no.
Benché amico degli antifascisti e antifascista egli stesso per motivi fondati, per qualche tempo anche confinato fuori d'Italia, tuttavia Noventa osò porre le domande vietate: e se gli antifascisti fossero, neppure troppo sotto sotto, dei fascisti di segno opposto? Se fossero dei "virtuisti", cioè convinti che il male sia sempre fuori, nelle idee e nelle persone "degli altri"? Se tra Resistenza e Antifascismo ci fosse una bella differenza e il secondo si sia affermato negando la vitalità della prima? Nelle idee scritte noventiane ci fu quanto bastava per un ostracismo, e l'ostracismo seppur blando venne.
Oggi i suoi libri sono quasi irreperibili: perché? Mentre di Norberto Bobbio o Flores D'Arcais si stampano anche gli appunti e i ghiribizzi, di Noventa non c'è nulla. Come arrivò nelle terre alte della chiarezza? Con quali forze risalì la palude controcorrente sino alle sorgenti? Ci vorrebbe una antologia noventiana per comprenderlo. Vediamone alcune linee guida.
Prima, la certezza di una presenza: in Italia è sempre esistita una tradizione di ricerca della verità, favorita dalla fede cattolica che permeò gli spiriti migliori. Dante Alighieri fu in poesia uno dei pinnacoli di tale tradizione, che ci differenziò per lunghi secoli dal resto laicizzato e secolare e materialista dell'Europa.
"Tutto va a gonfie vele nel resto d'Europa per i teorici del progresso. Ma non in Italia. Qui essi urtano nell'Alighieri. Ed è stato relativamente facile mettere da parte san Tommaso e gli altri santi, parlare di Giordano Bruno e di Campanella come degli antesignani della Riforma, come di un progresso del pensiero sul pensiero cattolico, ma alla fine, o nel mezzo, di ogni discorso, resta sempre inesplicabile, inamovibile e fastidioso, l'Alighieri. Cioè la storia di una letteratura, di una politica, di una morale che, allontanandosi a poco a poco dal cattolicesimo, a poco a poco decade".
Ciò spiega anche perché, tra l'altro, i riformatori della scuola "da sinistra" facciano di tutto per squalificare l'insegnamento della "Divina Commedia". A costoro si dovrebbe opporre il corpus completo (5 tomi da circa ottocento pagine l'uno) di Giacomo di Ca' Zorzi, detto Noventa, l'eretico di quella "scuola torinese", gramsciana e gobettiana, che tuttora condiziona la vita politica italiana, con le sue propaggini: Bobbio, Galante Garrone, Vattimo, Eco etcetera.
Noventa è incontestabile perché fu socialista, non fascista; ma fu interventista e patriota, non bolscevico e internazionalista; liberale, che però restituì la tessera di partito non appena vide che non vi era iscritto anche il conte di Cavour; antifascista ma non di sinistra, resistente ma non partigiano, Noventa rappresenta l'oggetto misterioso della nostra cultura contemporanea.
La sua interpretazione della storia è diversissima da qualsiasi altra, estrosa suggestiva ma puntuale, e trae il meglio da Maritain per distillarlo e "concluderlo" in Italia, dove appunto si giocano i destini della modernità.
L'acquisizione principale in Noventa, cioè la sua eresia e il suo scandalo rispetto a tutta l'intellighenzia, consiste nella differente valutazione del cattolicesimo e del fascismo e dell'analisi puntuale del cosiddetto "clericofascismo".
Del fascismo disse che esso non fu un errore contro la cultura, bensì un errore della cultura che lo preparò non solo "dal basso", nella prepotenza qualunquista, ma da molto in alto, nel connubio delle due grandi filosofie modernistiche della belle époque, attivismo e positivismo. Chi sa che il primo libro sulla "filosofia di Marx" lo scrisse Giovanni Gentile nel 1899?
Noventa ricorda che il fascismo fu il tentativo del "socialista rivoluzionario" Mussolini di "inverare l'anarchismo" con elementi marxiani e avanguardistici, in un contesto non moderno quale quello italiano; destra e sinistra sono etichette inutili alla comprensione della continuità culturale di molti fascisti divenuti improvvisamente antifascisti: ci vogliono nuove parole per nuove idee, in quanto il vizio d'origine dell'epoca moderna è il linguaggio dell'errore, cioè l'espressione di esigenze talora buone in termini spesso sbagliati.
Isolato testimone di guerra, dopoguerra e ricostruzione, il discorso di Noventa addita un'evidenza scomoda, il regresso civile europeo dal Rinascimento in poi, e contrasta l'universa opinione vulgata che vede un progresso dal Medioevo a noi.
"Ma Dante restava. Se noi avessimo avuto il nostro grande Dante dopo Machiavelli, dopo Campanella e dopo il Bruno, come gli inglesi il loro Shakespeare e i tedeschi il loro Goethe dopo Lutero e Calvino, l'impedimento sarebbe stato minore: ma come credere nel progresso del protestantesimo e del pensiero moderno sul cattolicesimo dei tempi dell'Alighieri, senza colpire l'Alighieri stesso?".
Per questo motivo, oggi gli intellettuali progressisti da quattro soldi pretendono di eliminare la prima radice della cultura letterari italiana, la Divina commedia. I loro avversari sanno invece che il poema dantesco rappresenta la summa delle novità che non invecchiano, dello sperimentalismo che non marcisce, della classicità non pedante.
È però possibile che in tempi durissimi come i nostri avvenga un'eclissi a causa della quale gli uomini che vogliano restare uomini finiscano in metaforiche catacombe. Mentre tutt'intorno scende una inconsueta nebbia, che nasconda la verità nei veli della menzogna, e gli uni agli altri, separando le persone come promontori nel mare autunnale. L'aveva presentito Noventa già nel 1954, mentre scriveva "Inchiesta sulla nebbia", un taccuino di appunti trasognati e precisissimi sull'epoca di Nenni e Saragat e dunque sulla nostra, di mezzo secolo più tarda.

 

Ma sapranno diventare uomini ed accettare il loro destino? Sapranno resistere alla propaganda del nulla? Tutta la situazione italiana è sospesa a questo interrogativo.

 

 

Giacché non si tratta di risolvere nel nulla, o di cercare di risolvere in qualche modo, il solo problema del comunismo. La società ufficiale italiana risolve nel nulla anche ogni altro problema. E come abbiamo distinto in essa le categorie dei comunisti e degli anticomunisti, così vi potremo distinguere quelle dei cattolici e degli anticattolici, dei realisti e degli astrattisti, degli antichi e dei moderni e quante altre coppie di opposte propagande filosofiche, politiche, estetiche o religiose ci piaccia, purché non dimentichiamo che esse si risolvono, come quella del comunismo e dell'anticomunismo, nella propaganda del nulla.

 

 

 

 

Se vogliamo diventare uomini bisogna invece accettare che gli ufficiali ci disistimino assolutamente: che nessuna cosa nostra, e neppure il nostro cappello, abbia un valore per loro.

 

 

 

 

 

I propagandisti del comunismo o dell'anticomunismo, del cattolicesimo e dell'anticattolicesimo, del mondo moderno e dell'antico, dell'astrattismo o del realismo, e i propagandisti di tutte queste idee insieme, delle terze idee, delle terze forze, del nulla, che non sono uomini fisicamente e naturalmente morti, hanno tuttavia in comune con i morti e con i nostri maestri una caratteristica essenziale. Sono impersuadibili. Da se stessi e dagli altri. Non ascoltano. Ogni colloquio, ogni collaborazione, ogni convivenza con loro, è impossibile. Ogni tentativo di colloquio, di collaborazione, di convivenza, che non sia dettato dalla carità umana e dal pudore, è inutile o dannoso. Associare le nostre parole e le nostre azioni alle loro, associarci con loro, significa associarci con nessuno.

 

 

 

 

 

Quello che ci fa estranei - se le siamo veramente estranei - alla società ufficiale italiana, è proprio il riconoscimento di una verità universale ed assoluta della cui universalità ed assolutezza tutte le nostre verità o idee della verità partecipano, ed è questo riconoscimento, questa affermazione dell'esistenza e dell'umanità di Dio, che la società ufficiale attribuisce necessariamente al nostro orgoglio.
Essa nega l'esistenza di Dio, o negandola semplicemente, o situandola assolutamente al di là dell'uomo.
L'uomo diventa così un essere che non ha il diritto di sapere né di credere in niente, una congerie di individui sonori e muti, di individui che potrebbero far del rumore insieme, ma non parlarsi; perché... di che cosa parlerebbero?, e di questa miseria e modestia dell'uomo, i propagandisti, gli impersuadibili, e i morti della società ufficiale italiana, si vantano, attribuendosela, ed opponendola al nostro orgoglio. [...]
Negata l'umanità di Dio o la divinità dell'uomo, ognuno di loro celebra così l'umanità e la divinità dell'individuo, anzi di un individuo, anzi di se stesso.

 

 

 

 

Dunque: Del Noce e Noventa, per capire ciò che è vicino mediante quel che è lontano. I due anziani maestri ci accompagnano nella visita infernale al mausoleo delle moderne utopie, "nel tempo de li dei falsi e bugiardi", tra le "genti dolorose ch'anno perduto il ben dell'intelletto".
Il mélange di eresia cristiana e di misticismo marxiano (il cattocomunismo) fu il loro nemico giurato: come dargli torto adesso quando, secondo quanto previsto nel 1977, si è realizzata "una sorta di neoclericalismo, in cui confluiscano cattolici senza fede e comunisti senza fede; la mancanza di fede servendo da cemento"?
La ricostruzione del pensiero moderno è per Del Noce e Noventa l'esatto valutare la riforma cattolica e gli esiti necessari del pensiero ateistico; ma esiste anche un secondo Del Noce e un secondo Noventa, osservatori di costume e malcostume, acuti profeti, avvertiti suggeritori delle sventure connesse con la prassi rivoluzionaria e radicale: bellissimi, per così dire, gli studi sulla rivoluzione sessuale e sull'allora incipiente dittatura dell'erotismo, ora in "Rivoluzione Risorgimento Tradizione" (Giuffré).
E che dire delle previsioni delle eresie politiche clericali, ne I cattolici e il progressismo (Leonardo) o il tentativo di rettificare i fanatici pregiudizi, in Fascismo e antifascismo. Errori della cultura (Leonardo).
Non avendo lasciato una scuola né veri discepoli, bensì cercatori, si incontrerà il magistero di Del Noce qua e là, inaspettatamente. A Savigliano (To) c'è la fondazione del Centro Studi a lui intitolato e ideato dal compianto Guido Ramacciotti; passano anche attraverso l'eredità delnociana i progetti di una civiltà europea riconoscente dell'ordine nei suoi aspetti permanenti: la natura dell'uomo, la dignità della persona, il primato dello spirituale.
Purtroppo, l'eredità di Del Noce, dopo un fuoco di paglia tra giornali e convegni nei primi anni Novanta, giace oggi deserta e semi-abbandonata: aver detto troppa verità, troppo crudamente, fu troppa cosa. La sua analisi, quel suo sceverare nel pozzo nero delle ideologie novecentesche, forse risorgeranno domani, per occhi più sereni e meno imborghesiti; idem dicasi per quanto vide e scrisse Giacomo Noventa. Essi attendono nel limbo un tempo in cui la citazione che segue potrà parere un brano di un testo quasi sacro:
"L'idea di famiglia è inseparabile dall'idea di tradizione, da un patrimonio di verità da tradere, da consegnare. L'abolizione di ogni ordine metempirico di verità importa quindi che la famiglia venga dissolta. L'idea di matrimonio monogamico indissolubile e le correlative (pudore, purezza, continenza) sono legate a quella di tradizione che, a sua volta, presuppone quella di un ordine oggettivo di verità immutabili e permanenti (il Vero in sé, il Bene in sé platonici). Temi, oltre a tutto, la cui più energica affermazione è gloria del pensiero italiano, perché che altro è la Commedia dantesca se non il poema dell'Ordine come forma immanente dell'universo? Perché, chi fu il grande rivendicatore, nei secoli moderni, dell'Ordine oggettivo dell'Essere, se non il Rosmini?".
Chi direbbe che queste parole furono scritte nel 1970 dall'"oscuro" Del Noce?